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  • Governo e filiera calzaturiera: un 2025 tra difficoltà e prospettive

    Governo e filiera calzaturiera: un 2025 tra difficoltà e prospettive

    In un 2025 che ha confermato il momento difficile affrontato dal settore, è giusto fare il punto sulle relazioni tra Governo e filiera calzaturiera. Per capire le prospettive dell’anno che si appresta ad avviarsi, ripercorriamo le tappe fondamentali del ruolo che le istituzioni, nazionali e meno, hanno ricoperto nel corso dell’anno.

    La situazione ad inizio anno

    Il 2025 del settore si è aperto con una filiera già in sofferenza. La produttività e il fatturato mostravano cali significativi ereditati dal 2024, mentre l’export, da sempre motore del comparto, registrava contrazioni in valore e lievi incrementi nei volumi. In questo contesto fragile si sono rese inevitabili misure correttive che hanno coinvolto anche il governo. Assocalzaturifici ha segnalato un calo del fatturato del 9,7% nei primi nove mesi del 2024 e una riduzione dell’export del 9,2% nello stesso periodo, mentre alcuni distretti denunciavano un crollo produttivo oltre il 16%. I primi mesi del 2025 confermavano la tendenza, con volumi in lieve aumento ma valori ancora in calo. Inevitabile, in una situazione del genere, la richiesta di supporto da parte del Governo.

    Governo e calzaturiero: tra obiettivi raggiunti ed appuntamenti mancati

    Secondo Giovanna Ceolini, il settore necessitava risposte rapide. Durante il Luxury Summit, la presidente ha chiesto interventi su costo del lavoro, sostegni all’export e difesa dell’identità del Made in Italy. Il governo ha aperto un confronto attraverso il Decreto-legge 14 marzo 2025 n. 25, che ha introdotto misure su credito d’imposta, accesso al credito e internazionalizzazione. In materia di export, il protocollo d’intesa con la Regione Marche ha avviato un percorso condiviso per rafforzare la presenza estera dei distretti.

    Il MIMIT ha poi riconvocato la tavola rotonda sulla filiera, con l’impegno di monitorare costi energetici, mercato del lavoro e competitività. Non tutte le aspettative del settore sono state soddisfatte. Secondo Giovanna Ceolini, alcune tavole rotonde convocate nei primi mesi dell’anno non hanno prodotto i risultati attesi, lasciando irrisolti nodi centrali come costo del lavoro, formazione tecnica e sostegni strutturali all’export. L’esclusione dei temi legati all’ultra fast fashion dal DDL Concorrenza ha accentuato il divario tra esigenze della filiera e decisioni politiche. Le imprese attendevano norme capaci di tutelare qualità, sostenibilità e concorrenza leale.

    L’incidenza del mercato estero

    La crisi del settore nel 2025 ha avuto anche una forte dimensione internazionale. Gli Stati Uniti, che negli ultimi anni rappresentavano un mercato strategico per molte aziende italiane, hanno introdotto un dazio aggiuntivo del 20% sulle calzature europee a partire dal 9 aprile 2025. Questa misura ha colpito un comparto che stava cercando di rimpiazzare il calo della domanda proveniente da mercati orientali influenzati da tensioni geopolitiche e conflitti. Le imprese avevano puntato sugli Stati Uniti come alternativa credibile, viste le difficoltà nel Far East e la concorrenza crescente in Medio Oriente.

    Il dazio ha generato un improvviso aumento dei costi, portando l’incidenza tariffaria complessiva anche oltre il 28% su alcuni modelli. Diverse aziende hanno segnalato un calo immediato degli ordini e un rallentamento delle spedizioni. Secondo i dati più recenti, l’export italiano di calzature verso gli Stati Uniti ha registrato un decremento superiore al 20% nella parte centrale dell’anno. Il settore percepisce questa situazione come un rischio serio, perché il mercato americano garantiva margini più stabili e un posizionamento coerente con il valore del Made in Italy.

    A questo scenario si aggiunge l’adeguamento alle nuove norme europee. Il Regolamento UE 2023/988 ha sostituito la Direttiva 2001/95/CE, introducendo obblighi più severi per produttori, importatori e distributori. La riforma richiede tracciabilità puntuale del prodotto, responsabilità estesa lungo la filiera, procedure di richiamo più chiare e un rafforzamento della documentazione tecnica. La vecchia direttiva, meno stringente, non copriva in modo uniforme le nuove esigenze di un mercato globalizzato. L’adeguamento al nuovo quadro impone investimenti organizzativi che pesano soprattutto sulle piccole imprese.

    Contraffazione: un problema da risolvere

    La crisi del settore non riguarda solo vendite ed export. Nel corso del 2025 è cresciuta anche la preoccupazione per la legalità della filiera, tema più volte ribadito da Assocalzaturifici. L’associazione ha richiesto controlli più capillari, procedure uniformi e un sistema che premi le imprese virtuose. Secondo Giovanna Ceolini, la competitività del Made in Italy passa anche dal rispetto delle norme sul lavoro, dalla tracciabilità dei processi e da un modello produttivo trasparente.

    Il settore ha inoltre assistito a un incremento dell’attenzione mediatica legato a recenti casi di irregolarità e sospetti di caporalato all’interno di alcune filiere del lusso. La narrazione pubblica, spesso generalizzata, rischia di danneggiare imprese totalmente regolari che operano nel rispetto delle norme. Confindustria Moda ha segnalato che un eccesso di attenzione mediatica, non accompagnato da verifiche rigorose, può produrre un danno reputazionale profondo all’intero comparto. Le aziende virtuose chiedono quindi controlli severi, ma anche chiarezza comunicativa e distinzione netta tra chi rispetta le regole e chi opera ai margini della legalità.

    Il DDL PMI ha introdotto una certificazione di filiera che punta proprio a rafforzare questo principio. Lo strumento, accolto positivamente dalle imprese, permette di valorizzare chi investe in trasparenza e sicurezza. Le nuove norme europee sulla sicurezza dei prodotti, combinate con la richiesta crescente di responsabilità sociale, rendono evidente la necessità di un sistema normativo moderno e coerente. La battaglia per la legalità non è quindi solo un tema etico, ma una condizione essenziale per tutelare il valore del Made in Italy nel mondo.

    I Piani strategici per il futuro

    Lo sguardo ai prossimi anni dipende dalla capacità del governo di adottare strumenti strutturali. Il  “Piano Italia 2030”, elaborato da KPMG per Assocalzaturifici, mira a rilanciare la competitività attraverso sei pilastri: innovazione tecnologica, visione unitaria della filiera, identità del Made in Italy, strategia internazionale, valorizzazione dell’artigianato e manifattura avanzata. Finora il piano è stato discusso nelle sedi istituzionali, ma non ancora tradotto in misure operative.

    Il Piano Strategico Industriale 2035, elaborato da Confindustria Moda e LIUC Business School, amplia il perimetro all’intero sistema TMA e punta su sostenibilità, formazione, comunicazione e competitività globale. Secondo Ceolini, questi strumenti possono guidare il rilancio, ma richiedono continuità politica e applicazione concreta. I prossimi anni diranno se le strategie riusciranno a consolidare una filiera che resta centrale per il Made in Italy.

    Non resta che attendere i dati a consuntivo del 2025, che saranno noti solo in corso 2026, per capire se le azioni intraprese abbiano modificato la traiettoria dei risultati. L’appuntamento con l’ultimo articolo dell’anno è tra 2 settimane sul blog.